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Armi e armature
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Armi e armature sono elementi distintivi delle sepolture maschili, certamente riferibili a individui appartenenti alla classe guerriera. È consequenziale che la deposizione della ricca armatura qualifichi il rango sociale del defunto. Il costume militare dauno arcaico è ampiamente rappresentato sulle stele maschili che riproducono sulla parte anteriore il kardiophylax (pettorale) e la spada e su quella posteriore lo scudo decorato.  Il disco-corazza in lamina bronzea decorata a sbalzo rimanda ad un costume militare arcaico di tradizione italica. La panoplia comprende elmo, corazza anatomica, cinturone, schinieri e paracaviglie, spada e lance e non è necessariamente deposta completa, ma il defunto può esibirne singole parti, indossate e non. In genere appartiene al defunto, che ne ha fatto uso in vita, ma sono attestati trofei di guerra, come l’elmo celtico, lavorato a sbalzo, rinvenuto nel 1895 nell’ipogeo Scocchera A, conservato all’Antikemuseum di Berlino e proveniente da una collezione privata. La necessità di ostentare l’appartenenza ai vertici del ceto militare, evidente nel contesto canosino a partire dal IV secolo a.C., consegue al ruolo egemonico nell’ambito dell’organizzazione militare dauna ed è del tutto assimilabile a quella delle aristocrazie apule coeve. L’oplita, riprodotto in rilievo sulla parete dell’ipogeo, cui dà il nome, e i soggetti delle pitture funerarie testimoniano che il ruolo equestre è una prerogativa delle classi egemoniche, come si deduce dalla deposizione nelle loro tombe di panoplie ed equipaggiamenti equini. Significativi i ritrovamenti in monumentali ipogei canosini: le panoplie custodite nel Museo Archeologico di Taranto, che le ha valorizzate nell’attuale percorso museale; quelle disgregate tra musei e collezioni private di tutto il mondo;  la corazza anatomica in bronzo dell’ipogeo Scocchera A, quella dell’ipogeo Varrese, valorizzata a Canosa negli spazi espositivi di palazzo Sinesi; le parti di armatura dell’ipogeo Monterisi, recuperati nel 1813 e spediti al Museo di Napoli. Il cinturone italico, largamente diffuso tra il V e gli inizi del III secolo a.C. nell’Italia centro-meridionale in relazione all’arrivo di genti di stirpe sannitica, anche da solo esprime nelle deposizioni lo status sociale dell’individuo maschio, che lo ha in dotazione. La raccolta del Civico, depauperata con un furto dei due preziosi elmi, offre un repertorio di cinturoni in lamina bronzea liscia o decorata da incisioni, come nel caso del più significativo e completo esemplare esposto, e alcuni ganci. Proprio questi elementi pertinenti al sistema di chiusura, consentono una distinzione tipologica dei cinturoni. I tre esemplari proposti rispondono a tipi largamente diffusi: corpo a foglia lobato più o meno allungato e terminale triangolare allungato a “lancetta”, corpo a “cicala” e terminale a protome di cane. Quello a palmetta singola è attestato tra prima metà del V e seconda metà del IV secolo a.C., quello a palmette tra volute si diffonde dalla prima metà del IV secolo a.C. L’associazione del gancio “a cicala” è documentabile tra fine V e IV secolo a.C. Lo stato di conservazione è stato discriminante per la selezione dell’unica punta di lancia esposta.

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